venerdì 3 settembre 2010

La moda del lento

Di seguito, il mio primo racconto ispirato ad una canzone dei Baustelle, "La moda del lento".
---

















Seduto in un fumoso locale, sorseggiavo un gin tonic mentre i miei occhi stanchi si guardavano attorno pur non fissando nessun posto.
Le mie nere mani erano ancora forti, sebbene le rughe cominciavano a solcarle come le onde fanno con l’oceano.

Avere sessant’anni e non avere niente. Non erano case, denaro, lavoro, a preoccuparmi. Nemmeno l’orologio, che il tempo non aveva importanza. Mi bastava svegliarmi quando la luce avvolgeva la città, dormire sulle panchine quando non avevo nient’altro da chiedere.
Con lo stomaco riscaldato ed i passi stanchi mi portai fuori, sotto la luce, quella finta dei neon.
Grande invenzione la luce elettrica, tuttavia non siamo mai riusciti a illuminare meglio di quanto non faccia il sole da miliardi di anni per mezzo mondo.
Ora mi ritrovavo nell’altra metà, quella oscura. Della Terra, e della mia vita.
Non era stato sempre così. Quando abbandonai la mia donna pensavo che fosse l’unica cosa da fare per il bene di entrambi. Seguire la mia passione artistica. E lei non poteva seguire me. Troppa, la paura di varcare l’Atlantico lasciando l’Europa per andare incontro all’ignoto più sublime. Mi pregò di tornare, non lo feci mai. Quando mi accorsi che le mie lettere non potevano avere risposta, smisi anche di scriverle, pensai che con altre donne sarebbe stato lo stesso ma non lo fu mai. All’epoca non me ne importava troppo, mi spostavo di città in città, vagavo negli States come una mina impazzita assorbendo l’aria e la passione che si respiravano in quegli anni.
Da luce finta a luce finta, mi accorsi di ritrovarmi all’ingresso di un altro locale, l’ennesimo, stavolta un disco pub. Certo, era il 1989, non era più come quando lo facevo da giovane, quell’aria e quella passione erano svaniti, anche negli occhi della gente.
Da quel disco pub arrivava musica incomprensibile. A volte la ballavo, per fare qualcosa, per disperazione. Seguendo l’altra musica che fluiva dalla mia testa.
In rare eccezioni, però, capitava di tornare a sentirmi vivo. Quel giorno fu uno di quelli. Lasciato il disco pub vagai ancora, di neon in neon. Trovai un piccolo locale su misura, proprietario cordiale, neri d’America ai tavoli. Andai ad un tavolo e chiesi da bere.
Posai l’unica cosa che mi era rimasta. Non avevo niente, ma avevo il mio sax.
Mi chiesero chi ero, perché lo portavo in giro. Spiegai quello che ero negli anni Quaranta e Cinquanta. Mi chiamavano il Charlie Parker di Francia. Quando il jazz scorreva per le prime volte nelle vene del mio corpo e come un fiume in piena nelle arterie statunitensi.
Amavo il jazz più di me stesso, la forza e la malinconia di fondo, soprattutto nei suoi pezzi più lenti.
Un brivido che percorreva l’anima e non ti lasciava più. Almeno lui non mi aveva lasciato. Una grande verità è che se tutto può cambiare, la musica vera è eterna.
Presi il respiro e suonai con la passione di un tempo, lasciando che fosse il suono a guidarmi e non io a guidare lui. Gli occhi chiusi. Li aprivo di tanto in tanto solo per non dimenticare totalmente dove fossi. Il pubblico applaudì e per tutto il tempo mi aveva guardato con rispetto, ma non so quanto fossi riuscito a trasmettere quel brivido. Mi chiesi se prima o poi sarebbe tornata la moda del lento.
Sto ancora aspettando. Entrambe.


Racconto di Fabio Mele del 26/07/2010.
© Tutti i diritti riservati.