giovedì 15 gennaio 2015

“Il ragazzo si farà, anche se ha le spalle strette”: elogio del numero 7

Garrincha, 7 brasiliano negli anni 50 e 60. Foto Wikimedia Commons.
Il 10 è il numero dei campioni assoluti, dei registi che dirigono l’attacco, dei fenomeni mondiali e di quelli nazionali: Pelé, Puskas, Maradona, Cruijff e Messi. Baggio, Del Piero e Totti. Alcuni di questi sono stati personaggi chiacchierati fuori dal campo, ma tutti campioni assoluti nel rettangolo verde.
C’è però un altro numero che è particolarmente significativo in una squadra di calcio: il 7.
Già De Gregori ne aveva intuito l’importanza nella sua “La leva calcistica della classe ‘68”. Il 7 non sarà il numero dei fenomeni assoluti, ma è il numero dei “genietti”, quello dell’ala destra dai piedi buoni, della fantasia al potere, dell’imprevedibilità dalla tre quarti in su: sarà un cross, sarà un dribbling, sarà un tiro? 

Gigi Meroni, 7 del Torino prematuramente scomparso. Foto Wikimedia Commons.

Il 7 - più dell’11 (il numero dell'ala sinistra) - ha rappresentato questo concetto di fantasia e imprevedibilità, assieme ad un certo fascino da “cane sciolto”, contro ogni forma di omologazione calcistica e non. Come George Best, non a caso pallone d’oro del 1968, e contemporaneamente in Italia del compianto Gigi Meroni, “farfalla granata”. Il primo portò i capelli lunghi e la maglia fuori dai pantaloncini nel mondo del calcio, il secondo – anch’egli dal capello folto – divenne noto e spesso inviso non solo per il modo in cui irrideva gli avversari, ma anche per le stravaganze nella sua vita e per aver voluto convivere con una donna promessa in sposa dalla famiglia ad un'altra persona. Rivoluzionari dentro e fuori dal campo. La fantasia era salita in cattedra già alcuni anni prima con la classe pura di Garrincha e i suoi dribbling a fine Anni Cinquanta e nei primi Anni Sessanta, vero decennio d’oro per questo ruolo. Non si possono poi non ricordare anche il Bruno Conti dell’Italia campione nel 1982, e Franco Causio, che ne fu comparsa quell’anno. 

David Beckham ai tempi del Manchester United. Foto Wikimedia Commons.
Negli Anni Novanta a fare scorribande su quella fascia per un intero decennio c’era Roberto Donadoni, sempre poco considerato nel fortissimo “Milan degli olandesi”. 

Il 7 per antonomasia di epoche più recenti è stato David Beckham, e qualche volta il suo compagno ai tempi di Manchester, Ryan Giggs, per di più ambidestro, quando è stato messo a fare il treno anche sull’altro versante. Due che quando giocavano insieme c’era solo da ammattire per ogni avversario. Oggi, gli interpreti più fulgidi del ruolo restano a mio avviso Arjen Robben e Gareth Bale, che purtroppo hanno scelto come numeri di maglia il 10 e l’11. Non me ne vogliate se non considero in questa sede Cristiano Ronaldo, che porta il 7 solo perché la numerazione non è più da tanto tempo quella classica dall’1 all’11, altrimenti attualmente sarebbe un numero 9 o al massimo un 11.

Ryan Giggs, storica ala sinistra o destra del Man Utd. Foto Wikimedia Commons.
E l’Italia? Ai tempi odierni purtroppo è poca cosa e l’unico dell’intero campionato a farsi davvero notare da noi nel ruolo è Cuadrado, colombiano, anch’esso con addosso un undici camuffato. In generale, quindi, di grandi ali destre con un bel sette sulle spalle oggi non ce ne sono più.

Foto Wikimedia Commons.
Ma sono sicuro che da qualche parte, in un campetto di periferia, all’oscuro di tutti, sta crescendo un nuovo fenomeno nostrano, un ragazzino di dodici anni che ha voglia di correre, saltare avversari e mettere in mezzo in modo pulito o decidere di andare al tiro. Perché questo è quel che gli viene naturale da quando ha cominciato a correre.  
Quando verrà fuori ce ne accorgeremo, intanto nessuna fretta: “il ragazzo si farà, anche se ha le spalle strette, quest’altr’anno giocherà con la maglia numero 7…”.