giovedì 9 settembre 2010

Le rane

Ed ecco, sotto l'immagine, l'altro racconto di ispirazione Baustelle.
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L’ultima goccia del cognac cadde nel bicchiere colmo. L’uomo guardò dentro, le piccole ondine diramarsi dal centro fino al bordo del vetro.
Vi scorse di riflesso un’immagine. Un’immagine che non era la sua.

I lineamenti di un viso già noto si stagliarono dapprima sfocati, poi più nitidi e netti.
Era l’amico di una vita, passato a lasciare il suo saluto in quel modo bizzarro.
Non poteva dimenticare la gioia del mese precedente, l’ultima volta che si erano visti, a quindici anni di distanza da quando erano poco più che ragazzi.
Avevano scelto lo stesso identico bar in cui si trovava adesso, come luogo per sancire la rinascita di un’amicizia troppe volte accantonata in un angolo senza una ragione precisa se non quella del tempo che aveva accumulato la polvere.
Eppure, nonostante i loro volti, il loro corpo e persino il loro pensiero fosse cambiato, erano riusciti a ritrovarsi come se non fossero mai stati lontani. In quella notte di amicizia parlarono fino all’alba, raccontandosi tutto quanto era successo in quei quindici anni, tutto quanto era cambiato nei loro punti di vista sul mondo e sulla vita, rimembrando ogni episodio che li aveva visti legati da ragazzi. Sembrava che il tempo avesse voluto fare di quella notte un dono da conservare: nonostante fosse cambiato tutto, non era cambiato nulla.
Ordinarono un amaro a testa, le parole scivolarono fluide come i due bicchierini giù per le loro gole. Quante cose erano diverse, quanto era diversa la vita in provincia per l’amico ritrovato ora che aveva accanto moglie e bambini, quanto dura era la vita da scapolo in metropoli per lui, che era andato via dal paese senza avere il coraggio di salutarlo, perché, si sa, due uomini non devono piangere. Forse, l’inizio di tutto il risentimento ed il silenzio erano partiti da lì. Folli.
Ricordarono quando la loro più grande conquista era raggiungere lo stagno oltre la periferia, muniti di ami e torce, a cercar di pescare le rane. Con il pericolo addosso, che era soltanto quello del buio e la paura di scivolare nell’acqua gelida e paludosa. Sentirsi degli eroi, bastava poco, quei giorni.
L’immagine dell’amico svanii mentre salutava dallo specchio del cognac. Tutto apposto, sembrava dire quella mano. Nonostante l’incidente avuto sulla via del ritorno, dopo il loro ultimo incontro. Nonostante la morte. Una mano che non aveva immaginato, ma che c’era stata davvero, forse per placare una volta per tutte i sensi di colpa che lo attanagliavano dal momento in cui aveva saputo.
Scolò quel cognac, il suo modo per rispondere al saluto e dire addio, non ti scorderò finché vivrò, né quella notte, né il ricordo del ragazzino, con i suoi sandali, il suo coraggio, con la gioia delle loro spedizioni a caccia di rane in quello stagno appena fuori paese.
Chiese al cameriere il conto, pagò, e quindi fece visita al cesso indicato dallo stesso paziente ragazzo.
Poi pianse, finalmente pianse, perché due uomini non devono piangere mai insieme, ma un uomo, da solo, sì.


Racconto di Fabio Mele del 27/07/2010.
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